Comprendere il dolore

Il dolore come qualsiasi emozione o sentimento che viene a farci visita nell’arco della nostra esistenza, è a tutti gli effetti un movimento che nasce e muore. E' un'onda che si manifesta e poi va via, portando con sé qualcosa che era presente prima del suo passaggio.

 

Il dolore porta via. Proprio come fanno le onde che rimescolano ciò che trovano sulla battigia della spiaggia, il dolore smuove dentro. Smuove e porta via. Porta via ciò che non serve più ma lo fa ad una condizione: non deve trovare resistenza.

 

 

Questo fa il dolore: ripulisce, ma può farlo solo nella misura in cui noi non ci opponiamo ad esso. E questo è ciò che dobbiamo imparare a fare: imparare a rimanere aperti al suo manifestarsi: quanto più gli permetterai di esprimersi dentro di te in tutta la sua essenza, tanto più esso, sentendosi accolto, potrà agire dentro per assolvere la sua funzione: portare trasformazione.

 

Ti trasformerà sì e lo farà ogni volta che dirai sì al suo passaggio. A nulla ti è servito fino ad ora, né ti servirà in futuro, opporti ad esso.

 

Eppure è da qui che partiamo: da un' attitudine di rifiuto verso il dolore, attitudine che abbiamo sviluppato nel tempo e che ci ha resi oggi persone abitate dal desiderio di tenerlo lontano da noi.

 

Ma la Vita è chiarissima nei suoi messaggi: "quanto più ti opponi a qualcosa quanto più gli dai forza" e la forza che abbiamo dato al dolore, a furia di esserci opposti alla sua esistenza, lo ha trasformato in sofferenza e prigionia.

 

Dal dolore alla sofferenza, sì, hai capito bene.

 

Tutte le volte che abbiamo detto no al dolore, distraendoci da esso, ributtandolo giù in fondo al cuore o attaccando con forza chi abbiamo considerato causa di quel dolore, non abbiamo fatto altro che costruire intorno a noi e dentro di noi una prigione all'interno della quale oggi ci ritroviamo.

 

 

 

Ma da questa prospettiva tutto si complica perché non osserviamo più la vita con la fluidità necessaria, propria delle emozioni che arrivano e passano. Ma la "viviamo" dalla rigidità delle sbarre del carcere e dei sentimenti statici, fermi e rigidi come la sofferenza. Niente movimento insomma ma protrazione di uno stato.

 

 

 

Oggi siamo chiamati a riconoscere il dolore per quello che è; non un nemico da sconfiggere ma un alleato prezioso che ci dà la possibilità di rinnovarci un pochino sempre di più , ogni volta che viene a visitarci.

 

Basta trattenere, basta continue distrazioni. Queste sono tutte strade che ci mantengono lontani da noi. Dobbiamo invece percorre strade che riportano: riportano dentro, a contatto con quel dolore. Ma certo, bisogna volerlo.

 

Piangere. Piangere significa darsi la possibilità di aprirsi a quel dolore che bussa da dentro: l’acqua lava proprio come fa il dolore quando gli diamo il permesso di manifestarsi davvero dentro di noi.

 

Ma non basta sentire il dolore, bisogna comprenderlo.

Non basta riconoscerne la sua presenza, bisogna riconoscerne la sua essenza che è a tutti gli effetti trasformativa.

 

Piangere sapendo che il dolore che si sta manifestando in quel momento è a tutti gli effetti un passaggio iniziatico che ci offre la possibilità di avvicinarci ogni volta un po' di più a chi siamo realmente, al di là di ciò che abbiamo imparato a credere di noi; questo fa la differenza.

 

Il dolore porta trasformazione perché se non ci opponiamo ad esso, una volta che ha compiuto il suo passaggio al nostro interno, viene a portare il nuovo: pace.

 

Sì pace, un'isola di calma. Quiete.

 

Ma tutto ciò va vissuto, crederci a priori non serve a nulla.

A quante cose crediamo? Fin troppe.

Siamo zeppi di credenze che non si basano su esperienze dirette, vissute nel corpo e nello Spirito. E dunque sì, non credermi. Sperimentalo. Accompagnato da mani e cuori esperti, puoi sempre donarti la possibilità di fare esperienza del dolore vissuto con presenza e apertura.

 

Quando arriva l'onda apri a lei le braccia; dille sì, sì alla sua manifestazione dentro. Parla a te stessa con molta dolcezza mentre ti ritrovi lì dentro. Senza freni, nessun filtro. Solo tu, giù le maschere. Fuori quel pianto e quel peso, tutto fuori. Verso il mare o verso il cielo. Ma fuori, chiedendo al fuori di prendere con sé  quel dolore e riportarlo alla sua origine.

 

Sii amorevole, resta dolcemente con te e lascia che sia. Niente giudizi, mi raccomando. Solo tenerezza verso te stessa.

 

E allora sì "la quiete dopo la tempesta", eccola, sì eccola.

"Benvenuta quiete. Ti sento, resta, sei meravigliosa."

 

Ai miei pazienti e al mio dolore.

 

Wilma Riolo

-Psicologa e Libera Ricercatrice-

www.lavitadentro.com

 

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