Accudimento del figlio e scelta dell'ambiente educativo -tra principi e realtà-

 

Gennaio, tempo di iscrizioni alle scuole, tempo preceduto da domande, incertezze, voglia di confrontarsi con altre mamme, mamme che l'esperienza di accompagnare il proprio piccino ad entrare in un'unità educativa, l'hanno già vissuta.

 

Piccini -fin troppo- alcuni bambini a cui è chiesto di lasciare il proprio nido, fatto di riferimenti per loro così importanti.

 

Tempo, tempo per adattarsi, all'idea per il genitore di dover affrontare questo passaggio, all'esperienza di stare senza la mamma o senza il proprio figlio, per entrambe le parti.

 

 

 

Tra principio e realtà: questo il filo conduttore  di questo mio nuovo scritto che vuole essere solo un piccolo spaccato di una grande realtà. Scritto che desidero offrire con spirito di riflessione, ai genitori e a chi si occupa o ha a cuore la prima infanzia.

 

C'è un principio, sacro, vero: offrire amorevoli cure ai nostri piccini perché sono bisognosi di esse; fagottini che hanno la necessità di avere accanto a sé una figura adulta di riferimento: di una madre - o di chi per lei, nelle situazioni in cui la mamma non può esserci-. Di un adulto  che parli loro un linguaggio sicuro e che li nutra con la propria amorevole presenza. 

 

Ma sicurezza e presenza non possono oggi non essere condite da dubbi, stanchezza e anche rifiuti, perché qui viviamo, sul pianeta Terra, un luogo fatto di prove, difficoltà e incastri. E dunque sì, riconosciamo tutta la fatica ed il lavoro anche emotivo che ci viene richiesto per prenderci cura di un figlio,  ma senza perdere di vista il nord: non tutto ciò che ci viene propinato come "così fan tutti", "di questo non è mai morto nessuno" è realmente ciò che garantisce il benessere dei nostri bimbi.

 

Sono partita dicendo che non sempre il principio può essere applicato nella sua integrità alla realtà e questo succede poiché la realtà non sempre segue i principi.

 

Facciamo qualche esempio: uno dei principi che ruota intorno ad un sano sviluppo psicofisico di un bambino durante i suoi primissimi anni di vita, ci dice che in virtù della stretta dipendenza dalla figura adulta -giustificata dalla fisiologica mancanza di autonomia del bambino- quest'ultimo dovrebbe poter essere accudito dalla propria mamma o comunque da una persona di riferimento che possa "sostituirsi" ad essa, capace di offrire quei gesti, comportamenti, modalità di cura  che gli parlino di amore e presa in carico: io mi occupo di te, io ti e-duco (ti accompagno a tirar fuori da te il meglio).

 

Fare incontrare questo principio con la realtà non è semplice perché, come più volte in precedenti miei articoli ho affermato,

la società molto spesso si svincola da taluni principi, vuoi perché non ne riconosce l'importanza, vuoi perché è impegnata a volgere il suo sguardo ed i suoi profitti altrove, e dunque non è interessata a lavorare nella direzione del rispetto dei principi stessi.

 

Per capire quanto la società non risponda all'atto pratico al principio che invece parla il linguaggio dell'intimità  tra madre e bambino o tra caregiver e bambino, basta pensare al rapporto numerico sussistente tra educatrici e bambini all'interno dei nidi comunali che si attesta intorno all' 1:8. Anche le proposte politiche che spesso accompagnano le campagne elettorali ci parlano di una realtà ancora lontana dal riconoscimento di certi principi: ciò che viene offerto sono "asili nido gratis per tutti" o "poter scegliere se lavorare fino al nono mese di gravidanza" anziché misure alternative che possano permettere alla neo mamma di prendersi cura del proprio figlio almeno fino al suo primo compleanno, ricevendo -perché no- il sostegno di figure specializzate nell'accompagnamento della donna nei meandri della maternità.

 

E dunque come fare incontrare i principi con la realtà? Molto spesso la sovrapposizione tra i due, come abbiamo avuto modo di vedere, non è possibile a meno che non avvenga una rivoluzione culturale la quale però per poter avviarsi, deve partire da una rivoluzione interiore dentro ognuno di noi, ma questo è un altro discorso, lungo, intenso e non può essere il focus di questo articolo.

 

 

 

 

Una scelta mirata dell'unità educativa all'interno della quale far trascorrere a tuo figlio le ore della giornata in cui non ti è possibile stare con lui, può rappresentare una delle modalità che potrebbe permettere a principi e realtà di incontrarsi a metà strada.

 

 

Ovvero "devo tornare al lavoro -realtà- ma mi impegno a trovare una soluzione che si avvicini il più possibile al rispetto di quei principi che sottendono il benessere di mio figlio." 

 

E dunque per taluni la scelta mirata potrà vertere sul non affidarsi per forza di cose alle unità educative che sono più comode perché più vicine a casa, quando esse non ci sono piaciute al primo acchito, mentre per altri l'elezione potrà invece ricadere su forme di assistenza che si svolgono all'interno di mura domestiche, come il caso per esempio delle taggesmutter, se la scelta abbraccia questo sentire; per altri ancora la scelta potrà ricadere sulla ricerca di una persona di riferimento come una babysitter e per altri ancora la richiesta di un'aspettativa.

 

Ognuno secondo le proprie possibilità -  la realtà imperante - senza perdere di vista, se lo si considera tale, il principio secondo il quale a prendersi cura del proprio figlio debbano essere persone di fiducia, ovvero che ispirino nel genitore quel senso di sicurezza che gli permette di pronunciare dentro di sé. "so di affidare mio figlio a mani esperte guidate da un  cuore vivo e presente".

 

Un caro augurio a tutti i genitori, compagni di viaggio in questa enorme esperienza chiamata genitorialità. 

 

Wilma

 

 

Wilma Riolo

Psicologa, Psicologa Perinatale e Ricercatrice Indipendente

https://www.lavitadentro.com

wilma.riolo@gmail.com

345-7955225

 

 

Ricevo su appuntamento a Milano -zona Stazione Centrale-

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