La Rabbia che rabbia!

Ci hanno insegnato in tutte le salse che non è bello esprimere la propria rabbia, che non va bene farsi vedere arrabbiati, il che in altre parole significa: REPRIMI LA TUA RABBIA!

 

 “Smettila, non provare più a rispondermi in questo modo”, “guarda che se continui così ti metto in castigo”; “non provarci più altrimenti vedi, hai capito?” Quante volte ci siamo sentiti dire queste cose dai nostri genitori?

 

 

 

Quando abbiamo a che fare con le espressioni rabbiose dei nostri figli, andiamo in tilt e re-agiamo a questa rabbia con la nostra rabbia, e spesso e volentieri con un’imposizione, una minaccia, perché ahimè è l’unica cosa che sappiamo fare, l’unica modalità che in molti casi è stata appresa nel proprio contesto familiare.

 

Credo profondamente che abbiamo tutti bisogno di capire cosa sia in realtà la rabbia e per farlo dobbiamo partire dal “comincio” come direbbe un bambino di pochi anni.

 

 

La rabbia è un’emozione e come tutte le emozioni ci permette di portare fuori qualcosa che abita dentro (emozione dal latino e-movere significa portare verso l’esterno)

 

Non amo la distinzione tra emozioni positive e negative in quanto tutte quanto svolgono una funzione primordiale di comunicazione: ci aiutano a farci capire se dentro di noi stiamo bene, a che punto siamo della nostra evoluzione, quanto siamo in contatto con il nostro scopo di vita o quanto siamo lontani dalla realizzazione di noi stessi. Se a predominare sono rabbia, tristezza e melanconia siamo chiamati a volgere uno sguardo dentro noi stessi alla ricerca del messaggio che queste hanno in serbo per noi, altrimenti queste è probabile che ci terranno prigionieri.

 

Tuttavia ciò non significa che chi ha già iniziato a incamminarsi verso il suo sé più autentico, non provi mai rabbia. Io credo che dobbiamo allontanarci da quelle forme di pensiero -oggi molto in voga- che spingono per farci credere che se stiamo bene, allora non dovremmo essere abitati da emozioni di un certo tipo. Il nostro obiettivo oggi non è quello di avvicinarci al modo d'essere dei grandi maestri spirituali ma piuttosto quello di imparare a stare qui, con tutta la gamma di emozioni che possono abitare in noi ed apprendere a familiarizzare con esse allenandoci a mettere in campo una serie di accorgimenti che ci permettano di vivere in armonia con tutte esse, senza che nessuna di queste possa distruggerci con la forza di un fiume in piena, che a volte le emozioni posso arrivare ad avere.

 

 

In questo articolo ti voglio parlare di uno di questi accorgimenti illustrato da Marshall Rosenberg, il padre de La Comunicazione Non Violenta (cnv)

 

L'autore definisce la rabbia un’emozione sgradevole nel senso che non è gradevole sentirsi arrabbiati non solo per le variazioni fisiologiche che questa elicita (aumento del battito cardiaco, tensione muscolare etc) ma perché "la rabbia toglie l’energia necessaria a soddisfare un bisogno perché la utilizziamo per compiere un’azione punitiva, e in questo senso, diventa un’energia distruttrice.” (“Le sorprendenti funzioni della rabbia” di Marshall Rosenberg)

 

Se pensiamo che è sbagliato provare ed esprimere la propria rabbia allora cresceremo isolati da noi stessi, all’interno di un recinto stretto, quello dei nostri pensieri, mangiando ogni giorno la rabbia che ci portiamo dentro e che abbiamo disimparato a portare fuori.

 

Purtroppo in molte famiglie i bambini sono stati educati a reprimere la rabbia e questa repressione obbligata non è stato altro che uno strumento, un tentativo di opprimere la naturalità del bambino con il fine di renderlo accondiscendente, un soggetto più passivo che attivo, dunque una personcina più facile da “gestire”.

 

La CNV insegna a non reprimere la rabbia ma ad usarla per potere arrivare ai nostri bisogni insoddisfatti, bisogni che sono proprio alla radice della nostra rabbia e che la elicitano.

 

E dunque una prima domanda da cui potremmo partire per usare la rabbia a nostro favore, per la nostra crescita e benessere personale, potrebbe essere la seguente: “cosa sta accadendo dentro di me quando mi arrabbio?”

 

Questa è una domanda la cui risposta può essere fornita percorrendo una strada probabilmente per molti nuova, all’interno della quale bisogna compiere una serie di passi.

 

Il primo passo ci conduce ad un luogo dal quale è possibile osservare -forse per la prima volta - qualcosa su cui probabilmente non ci siamo mai soffermati abbastanza: colui che scatena la mia rabbia non è mai la causa del mio stato rabbioso ma è solamente lo stimolo. Qualsiasi cosa che appartiene alla realtà esterna e che noi crediamo che provochi la nostra rabbia - il comportamento di mio marito, le lamentele di mio figlio, lo sguardo di mia madre - in realtà sono solo stimoli perché “la vera causa della rabbia è dentro di noi e riguarda il modo in cui reagiamo al comportamento altrui”.

 

 

E questo è una verità a cui siamo chiamati ad arrenderci: non è ciò che avviene fuori di noi a determinare le mie reazioni ma è come io leggo la situazione che determina ciò che io proverò rispetto a quella circostanza.

 

Pe esempio, se vengo insultata da un conducente mentre sto parcheggiando, posso reagire in modi diversi. Se sono vittima dei miei bisogni interiori insoddisfatti e permetto che siano essi a rispondere per me, i miei occhi potranno leggere tra le parole iraconde a me rivolte, un atteggiamento volto ad umiliarmi, che non tiene conto del mio essere una persona degna di rispetto e dinnanzi a ciò posso reagire per esempio con rabbia o sentendomi profondamente avvilita.

 

Per contro il mio sguardo - che attraverso un lavoro di conoscenza e di riequilibrio di sé si sta ripulendo - potrà essere in grado di separare me dall’altro e accompagnarmi a comprendere che se l’altro reagisce con tanta “cattiveria” c’è qualcosa che lo abita e che lo spinge a re-agire con cotanta forza. In questa seconda ottica riesco -attraverso un allenamento costante - a non permettere che il mio spazio personale venga invaso dalle energie negative che l’altro ha bisogno di veicolare su di me per dare voce a quella dinamica interiore che a sua volta, è stata stimolata/evocata - e non causata- dal mio parcheggiare in modo maldestro. Come a dire “so che lui sta reagendo a uno stimolo esterno ma so che la causa della sua rabbia è dentro di lui, io parcheggiando come ho fatto, gliela ho solo portata fuori, ma non sono io la causa di quella rabbia”

 

Questo è il primo passo: separare me dall'altro e rendermi conto che l'altro stimola la mia rabbia ma la causa della stessa è dentro di me. Proseguiremo con questa tematica, La Vita Dentro ti aspetta dopo l'estate con altri articoli.

 

Un caro saluto e serene vacanze,

Wilma 

 

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